copertina-se-non-ora-quando

“Se non ora, quando?” è un romanzo di Primo Levi edito Einaudi. L’autore lo scrisse nel 1982 e questo libro, subito dopo la pubblicazione, meriterà i premi Viareggio e Campiello. Levi prende spunto dal racconto di un testimone per raccontare l’avventura di un gruppo di partigiani. Questa “banda” comprende ebrei, russi, polacchi e ucraini che viaggiano dall’Unione Sovietica fino alla Milano appena liberata dall’occupazione nazifascista. Nel viaggio affrontano molte peripezie, per esempio si imbattono in un lager nazista e riescono addirittura a liberarlo. Oltre a questo desiderio di essere finalmente liberi, si racconta di amori rubati negli accampamenti, di passioni, di sentimenti. I pensieri, le emozioni, le ansie, le paure, le speranze dei personaggi riempiono tutte le pagine di questo romanzo estremamente denso e coinvolgente. 

Mendel, il protagonista, risulta essere una sorta di alter ego dell’autore, rappresentando il suo lato più mite ed empatico. Per questo motivo, diventa molto più interessante seguire il protagonista in questo suo viaggio, i suoi pensieri e i suoi dubbi sono infatti sempre molto ben approfonditi, e si comprende come non sia solo e soltanto un personaggio inventato, ma in lui ci sia qualcosa di più. 

Come tutti i libri di Levi, poi, anche questo era molto ben scritto. L’ho trovato particolarmente scorrevole, anche se, come ogni racconto che tratta di questi temi, è difficile riuscire a leggerlo molto velocemente. Questo molto semplicemente in quanto affronta argomenti particolarmente pesanti, vere e proprie tragedie, che non si riesce a farsi scivolare addosso.

A differenza dell’altro capolavoro di Levi intitolato “Se questo è un uomo”, ho trovato una maggiore attenzione rivolta alla collettività. Non è più la storia di un singolo, ma i racconti di più persone che si intrecciano e si articolano in un’unica vicenda. Non vi è più solo una persona che reagisce e si oppone alle violenze subite, ma un gruppo che persegue lo stesso obiettivo e si sostiene nel raggiungerlo.

Inoltre, ho apprezzato molto il fatto che la cultura ebraica fosse così tanto presente tra le pagine. Molte volte capita infatti di leggere libri che parlano di queste tematiche limitandosi ad osservarlo solo dall’esterno. In “Se non ora, quando?”, invece, il racconto mi ha catapultata in questo mondo che personalmente non conoscevo e nel quale, grazie a definizioni, vocaboli, modi di dire e spiegazioni, sono pian piano entrata. Ed è interessante la testimonianza dell’autore che, nonostante fosse lui stesso ebreo, sostiene di aver dovuto svolgere numerose ricerche per poi poter raccontare del mondo jiddish.

Più di tutto, però, credo di aver apprezzato il modo in cui venivano trattate le tematiche della relazione con l’altro, col diverso, con chi non ha le nostre stesse abitudini o credenze. 

Il protagonista Mendel ad un certo punto del libro per esempio afferma: «Io invece, credo che non abbia molto senso dire che un uomo vale più di un altro. Un uomo può essere più forte di un altro ma meno sapiente o più istruito ma meno coraggioso o più generoso ma anche più stupido. Così il suo valore dipende da quello che ci si aspetta da lui. Uno può essere molto bravo nel suo mestiere e non valere più niente se lo si mette a fare un altro lavoro». Tutto il romanzo, ma in particolare questo passaggio, mi ha fatto interrogare molto sui pregiudizi che talvolta mi capita di avere nei confronti di chi mi circonda, mi ha ricordato ancora una volta come siamo tutti uguali e tutti diversi, e come il mondo sia ricco proprio per questo.

Mi è molto piaciuto vedere poi le diversità che venivano superate al fine di raggiungere la meta comune prefissata, come si riuscisse davanti alle difficoltà ad arginarle e ad aggirarle. Inoltre, Levi è riuscito a mio parere a trasmettere la tragedia della guerra, la volontà, dopo aver vissuto anni lontani dalla propria patria e dalla propria famiglia, di scappare, di mollare tutto. Ed è invece in questo momento che nasce quel senso di rivalsa, che matura la volontà di fare ancora qualcosa, la consapevolezza del fatto che mollare porterebbe poi inevitabilmente a dei rimpianti futuri. 

Ho trovato invece un po’ faticoso seguire i discorsi diretti, in quanto li ho trovati piuttosto lunghi e non si comprendeva bene quando finissero. In questo modo, quindi, ci si ritrovava a non comprendere più chi stesse parlando. Inoltre, ritengo anche che da un capitolo all’altro ci fossero degli stacchi eccessivamente netti, i quali talvolta impedivano di capire bene l’ambientazione o la scena raccontata.

In generale, posso però affermare di aver apprezzato moltissimo questo libro e lo consiglierei a chiunque volesse provare ad entrare, in minima parte e per un tempo limitato, nella testa di questi personaggi. Uomini e donne di fantasia che hanno però provato e attraversato gli stessi sentimenti di coloro che queste situazioni le hanno vissute veramente in carne ed ossa. Chiudo con un passaggio che personalmente mi ha messo molto in discussione e che lascio come invito a ricordare. Non dimenticare ciò che è accaduto, ciò che è successo in quegli anni, ad approfondire, a non fermarsi a comprendere le dinamiche generali ma scendere in profondità, andando a conoscere le storie di queste guerre e queste battaglie le ha vissute veramente. «So che a un partigiano può capitare di aver fatto, visto o detto cose che non deve raccontare. Ma so anche che quanto voi avete imparato non deve andare perduto; e non basta che sopravviva in un libro».

Maria Leonardi – 5 liceo A