
Chiamami adulto di Matteo Lancini rifiuta la forma del manuale pedagogico ricco di ricette rassicuranti: è un libro che richiede, come premessa indispensabile, il coraggio di mettersi radicalmente in discussione. Lo psicoterapeuta interroga genitori ed educatori ponendoci davanti a una verità scomoda: se fatichiamo a reggere il dolore, la rabbia o il disorientamento dei ragazzi, spesso è perché non sappiamo stare nel nostro. Troppo spesso la sofferenza dei figli o degli alunni ci mette in scacco, facendoci sentire in colpa o falliti; così, per sedare la nostra angoscia, spostiamo il problema su di noi e ci affanniamo affinché loro non stiano male. Ma il dolore dei ragazzi appartiene a loro, è un’esperienza altra che chiede soprattutto di essere riconosciuta e validata.
È qui che le conclusioni del libro diventano dirompenti, indicandoci il passaggio «dall’adulto del fare all’adulto dello stare». Davanti alla fatica dei giovani, la nostra reazione d’istinto è “operativa”: intervenire, correggere, spiegare. Lancini ci invita invece all’atto più difficile: stare. Rimanere presenti, anche scomodi, incassando il colpo senza fuggire. «Proteggerli e proteggersi dal dolore è molto diverso dal chiedergli e dal chiedersi di non provarlo». Educare non significa rifugiarsi nella didattica o nelle soluzioni pronte, ma offrire una presenza solida: una lettura necessaria per ricordarci che essere adulti credibili comincia dal coraggio di ascoltare (e ascoltarsi) senza maschere.
Prof. Alessandro Antonioli